“L’importante è il viaggio, non la meta che ci prefiggiamo di raggiungere”.
Questo sosteneva un professionista della psiche al quale sono molto legata. Mi ero trovata a dissentire dal suo punto di vista, come mi accadeva di sovente, visto che ci “becchiamo ogni 3×2”.
O meglio, ritenevo che la sua affermazione fosse un’analisi parziale di una realtà - a mio parere - più complessa ed articolata.
Piccole bonarie diatribe, le nostre. Mi sono abituata “ad uscirne” con le ossa rotte, ora non mi arrabbio nemmeno più, dal momento che non posso competere con lui nell’analisi psicologica della mente umana e degli atteggiamenti che ne derivano. Certe discussioni, tuttavia, mi stimolano, invogliandomi alla ricerca, ad approfondimenti, tesi a valutare percorsi alternativi.
L’articolo che ho scritto riguardava quindi una delle nostre discussioni…
Si parlava del concetto di viaggio, in un periodo nel quale la vita aveva dimostrato il suo essere matrigna. Il cammino quindi perdeva la sua connotazione semantica primaria, per assumerne un altro, molto più profondo, personale.
Con particolari riferimenti alla mia situazione emozionale.
“…Non è vero che il pensiero portante, sia quello legato all’idea di viaggio di per sè. Travelling for travelling’s sake”
Esso assume un significato, suo proprio, giacché correlato al “soggetto- agente” ed “allo scopo”per il quale, viene messo in atto.
Se ti ricordi,la nozione di cammino è alla base del libro di Herzog, che tu trovi illeggibile e che invece a me, affascina, perché da ogni parola, trasuda la fatica dell’incedere, attraverso le intemperie della vita…
Il peregrinare di Herzog è strettamente correlato all’amicizia che lo lega alla vecchia Lotte: senza di lei, tale tragitto non avrebbe avuto senso e probabilmente il regista non lo avrebbe nemmeno intrapreso.
E’ l’affetto, l’amore per l’amica malata che lo spinge a sfidare sé stesso in un percorso lungo, travagliato, accidentato e faticoso, ai limiti della sopravvivenza umana. Vi è una profonda Agapé che lega i due, in modo indissolubile.
Parimenti Itaca, assume valore, non in quanto isola, ma come raffigurazione concreta dell’amore di Ulisse per la sua donna e per suo figlio. E’ questo amore, a dare un senso al suo incedere, tra mille difficoltà. Se così non fosse stato,il nostro eroe si sarebbe probabilmente fermato presso i Feaci: tutto sommato Nausicaa era intelligente, bella, giovane e disponibile; oppure Ulisse non avrebbe esitato ad un “pit-stop”, tutt’altro che veloce da Circe, conturbante e sensuale rappresentante del sesso femminile. Avrebbe potuto dar sfogo a tutto il suo testosterone! come li chiami tu? Ah! già, neuroni erettili! Ma non era quello che cercava!
La lotta che intraprende contro gli elementi della natura, contro i suoi simili e contro sé stesso, è solo in funzione di Penelope.
Altresì Penelope, compie il suo iter, in maniera dissimile, ma sempre legata ad un “chi”.
Il percorso della moglie di Ulisse si dipana attraverso il farsi ed il disfarsi di una tela, imbevuta di ricordi, profumi e di desideri mai liberamente espressi, come si conveniva alle donne dell’epoca.
Ma è sempre Ulisse - il senso di lui - a dare significato.
Tutto è riconducibile ad un qualcosa con la A maiuscola: sia per Penelope con Ulisse, (amore muliebre), sia per Herzog con Lotte (amore amicale), sia per Dalì con Gala (musa dell’artista durante il suo soggiorno a Figueres), amore ispiratore.
Il viaggio è come un motore, il cui ingranaggio principale, che lega gli esseri tra loro, è una sorta di Alchimia, che i più chiamano amore.
Quando questo motore perde i colpi o s’inceppa, il viaggio, sovente, perde il suo senso.
Solo se tale propulsore funziona a dovere, nella nostra quotidianità, possiamo percepire, i tramonti come abbracci tra cielo e mare: in buona sostanza, proiettiamo fuori “dal noi”, nel cielo e nel mare, qualcosa che noi abbiamo già fisicamente sperimentato, cioè che “il dentro-di- noi” già conosce e che considera come appagante.
Questa rappresentazione mentale della realtà è strettamente correlata a quello di vita o di sopravvivenza. Il concetto di vita comporta l’idea della pienezza di sé, dell’armonia del sé con gli altri e con l’ambiente, di uno sviluppo emozionale armonico. Con una totale consapevolezza ed accettazione del sé e dei propri limiti così come delle proprie potenzialità..
Al contrario, invece, se l’individuo è impegnato nella lotta per la sopravvivenza, è da ritenersi, già un risultato positivo,il suo intuire l’esistenza di una parte del giorno, chiamata alba, e di un’altra chiamata tramonto.
Se il motore del quotidiano funziona, la mente è in totale relax,perché le è stato fornito tutto il cibo emotivo di cui il subconscio necessita. Ed ecco che , essendo ben sazia, si permette il lusso di intravedere abbracci tra cielo e mare,tra sole e luna.
Esiste poi un altro tipo di viaggio, che fortunatamente, è riservato a pochi e che non possono essere chiamati “eletti”.
Per costoro, il percorso avviene attraverso le dune del deserto. Nella più totale solitudine. Nell’abbandono. Sulle spalle portano bisacce di dolori già vissuti, di fallimenti, di desideri irrealizzabili, di speranze fallite. Il loro motore si è spento da tempo ma sono costretti al viaggio, loro malgrado. Viaggiano a piedi.
Essi sono preparati alle tempeste di sabbia. Hanno imparato ad avere sempre con loro una bussola per non perdere l’orientamento. Se si smarrisce la bussola nel deserto è morte certa.
Sono consapevoli che dovranno, altresì, soffrire fame, sete e calore. Sanno che non troveranno molti aiuti dai beduini che incontreranno poiché la legge del deserto si basa sul motto “homo homini lupus”. Hanno la consapevolezza che le oasi sono rarissime e che predoni senza scrupoli sono sempre in agguato.
La natura e gli animali saranno loro ostili ed infidi. Hanno visto crollare in macerie, il concetto di fiducia, e sapendo di non potersi fidare,vivono all’erta come le sentinelle.
Eppure avanzano,lentamente ma avanzano. Lenti ma inesorabili!
Si coprono il viso con grandi sciarpe o foulards blu. A volte si proteggono gli occhi con occhiali da sole, ai quali cambiano di sovente le lenti, nella vana speranza che, modificando le lenti, riescano a percepire differentemente la realtà che li circonda.
Chi fa, o meglio si trova a subire, l’esperienza del deserto, non vive: sopravvive!
E’ solo con sé stesso e sa di poter contare solo sulla proprie forze: così impara a non avere mai grandi pretese. A procedere a piccoli passi.
Uno dei problemi maggiori di chi affronta il deserto, sono i miraggi: momenti pericolosi, poiché proiettano al di fuori del sé, quelle che sono esigenze recondite.
Come per le sirene di Ulisse, il miraggio porta distruzione fisica e psichica. Chi affronta il deserto lo sa bene, a volte si lascia tentare o cullare da insensate speranze, ma essendo conscio del suo stare in mezzo alle dune, sa sempre come recuperare il timone della propria esistenza anche a costo di ulteriori devastanti dolori.
Chi affronta, o subisce, il deserto non teme più la morte, perché essa è sua compagna quotidiana di viaggio. Le insidie delle distese sabbiose, gliel’hanno mostrata completamente nuda, per quello che è, ….una povera crista!
Tutt’al più un viaggiatore del deserto, un Tuareg,teme il dolore fisico: ma anche in quello sa trovare una ragione d’essere.
Se è in grado di dominare il “sé” saprà trasformare il proprio doloro in salvezza per un altro guerriero.
Un viaggiatore del deserto ha imparato a coprirsi il volto e a lasciare scoperti solo gli occhi, che gli servono per continuare il cammino.
Nessuno di coloro che incontrerà, conoscerà mai la sua vera identità…..nessuno tranne l’amato/a al quale la legge Tuareg consente di slacciare i foulards blu!
Chi viaggia nel deserto impara a riconoscere le mille voci del silenzio; impara a parlare con sé stesso. Sa che ha solo sé stesso come compagnia. Probabilmente non è ciò che vorrebbe, ma nel deserto non c’è tempo per fare gli schizzinosi!…e ci si accontenta.
Quando prima o poi arriva ad intravedere un’oasi, anche piccola, le si avvicina con rispetto, sapendo che, sarà per lui fonte di vita e di gioia.
L’oasi è la realizzazione concreta di ciò che aveva percepito mille volte nel miraggio, di ciò che aveva desiderato durante il suo peregrinare.
Per questo motivo, il viaggiatore vive a fondo questa esperienza senza sprecare nulla. Se gli è consentito,si concede una sosta più lunga nell’oasi, per ritemprarsi, per poter riconoscere la dolcezza degli elementi della natura ,che fino a quel momento gli erano stati ostili.per fare pace anche con se stesso.
Prova stupore, quando ammira le piante, il cielo ed i colori. Resta ammutolito davanti allo spettacolo del cactus. Sa che ogni pianta fiorisce con un solo fiore. Per questo attende con pazienza…sa che quell’unico fiore sarà uno scoppio di bellezza, nell’arsura del deserto. E tutta la fatica del viaggio si scioglierà in quell’istante di meraviglia. Era esattamente ciò che egli aveva sperato di trovare. Era il “significato” della sua permanenza nell’oasi.
Era proprio quell’istante di meraviglia, che cercava da tempo, e che era certo avrebbe dato valore alla sua esistenza, tingendola con tutti i colori dell’arcobaleno..Ecco, il fondersi dei sensi.
Ecco perché gli occhi dei viaggiatori del deserto ci affascinano,ma ne diffidiamo e li teniamo a debita distanza;in quegli occhi vediamo ingurgitata tutta la sofferenza del deserto..
Ci richiamano ad una fatica e a d un dolore esperienziale che non avremmo mai voluto compiere.
Ci chiamano a donare qualcosa per cui non ci sentiamo ancora pronti.
I Tuareg,chiamiamoli così, ci incutono timore perché fanno vacillare le nostre certezze. Abbiamo paura che ci possano chiedere qualcosa in più di quel niente che siamo disposti ad offrire.
Per questo chiudiamo gli occhi e preferiamo guardarli di sottecchi, senza coinvolgimento emotivo.
Eppure ci piacciono.
Ma per costoro, per tutti quelli che non sanno amare questi “nomadi della vita”,che vivono d’amore e che null’altro cercano;per tutti coloro,che non sanno osare e giocarsi nelle relazioni, il viaggio nel deserto avviene a bordo di una RangeRover, con guide, bussole, acqua in abbondanza e apparecchi di ricognizione satellitare….non vogliono di certo perdersi in una merdosissima distesa di sabbia.!
Ma il viaggio del Tuareg è tutt’altra dimensione. Un’altra esperienza, un altro spessore…
Ecco perché alla fine del viaggio, per coloro che sopravvivono,siano essi, Tuareg o turisti , il tramonto o l’alba, hanno significato diverso.
Ed il vagabondo, quello che viaggia a piedi, è sempre vincente, perché attraverso la solitudine del deserto ha imparato a donare senza “se” e senza ma”. Tutt’al più si chiede per “chi” ha compiuto quel viaggio e se ne valeva la pena…..ma a tutto ciò ogni “guerriero tuareg” dà una risposta diversa!