Mariagrazia Bondioli

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Archive for the ‘letteratura’

Le pietre della vita

agosto 21, 2009 By: mariagrazia Category: letteratura

sassi-blogPubblico questo articolo sul blog come “Grazie” sommesso, nei confronti di una persona che non si risparmia mai; che in ogni momento, seppur all’interno di una vita impegnatissima, è presenza costante nel momento del bisogno! Un uomo che sa mettere gli altri prima di se stesso; vulcano di idee e di disponibilità, maghetto multimediale. A friend in need is a friend indeed! dicono gli inglesi.

Caro Anto, ho deciso di condividere con gli amici del blog il dono fattomi nel 2002. Quel foglietto, mi accompagna. Contiene una grande verità, che ho sperimentato sulla mia pelle, viene troppe volte disattesa. Storia che va controcorrente, la tua, che stona… L’esperienza degli ultimi anni mi ha dimostrato quanto i playwriters della Vodafone fossero stati lungimiranti… In un mondo centrato sul “tutto intorno a te”, le parole del tuo pieghevole risuonano cristalline, come acqua di torrente.

“Un esperto in time management, tenendo un seminario ad un gruppo di studenti, usò un esempio che rimase per sempre impresso nelle loro menti.

Per colpire nel segno il suo uditorio di menti eccellenti, propose un quiz, poggiando sulla cattedra, di fronte a sè un barattolo di vetro, di quelli solitamente usati per la conserva. Chinatosi sotto la cattedra, tirò fuori una decina di pietre, di forma irregolare, grandi circa un pugno, poi con attenzione  e grande cura, le infilò ad una ad una, nel barattolo. Quando il barattolo fu riempito completamente e nessun’altra pietra poteva essere aggiunta, chiese alla classe: “Il barattolo è pieno?”

Tutti in coro risposero di si.

“Davvero?”- si stupì il professore.

Si chinò di nuovo sotto il tavolo e tirò fuori un secchiello di ghiaia.Versò la ghiaia agitando leggermente il barattolo, di modo che i sassolini, scivolassero negli spazi tra le pietre. Chiese nuovamente: “Ed ora il barattolo è pieno?”

A questo punto la classe aveva capito.”Probabilmente no” - rispose uno degli studenti.

“Bene”- replicò l’insegnante.

Si chinò e da sotto il tavolo prese un secchiello di sabbia, la versò nel barattolo, riempiendo ogni spazio rimasto libero.

Di nuovo chiese “Ed ora il barattolo è pieno?”

“No!”  risposero in coro gli uditori.

“Bene!”, riprese l’insegnante e così dicendo, tirò fuori una brocca d’acqua, la versò nel barattolo, riempiendolo fino all’orlo.

“Quale è dunque la morale della storia?” chiese il professore a questo punto.

Una mano si levò all’istante: “La morale è che: non importa quanto fitta di impegni sia la tua agenda: se lavori sodo ci sarà sempre uno piccolo spazio per aggiungere qualcosa d’altro!”

“NO!” - rispose il professore-”Il punto non è questo! Questo esempio ci insegna che se non mettiamo per prime, le pietre, dentro al barattolo, non ce le metteremo  più!”  - “Quali sono le pietre della vostra vita?”-

” Se vi esaurite per le piccole cose, come la sabbia, la ghiaia,allora riempirete la vostra quotidianità di cose minori, non dando mai quality time alle cose grandi ed importanti, cioè alle pietre.

Gilda, la ritrosa, che non voleva entrare nel blog!

giugno 04, 2009 By: mariagrazia Category: letteratura

A Gilda che non voleva finire sul blog…

 campanula

Metti una serata interessante, assolutamente inimmaginabile. Esattamente ciò che fa per me: adoro l’ inaspettato, l’inatteso, si insomma, l’imprevedibile. Ed in particolare le sorprese, attraverso le quali, riassaporo il colore della vita ,nel suo delinearsi quotidiano da ottovolante. La tediosa calendarizzazione degli eventi o la programmazione a lungo termine della realtà, mi dà l’idea di un film d’essai, di un grigio Monsieur Travet da reparto geriatrico. Noia mortale e monotonia mortifera di binari esistenziali arrugginiti, che depauperano l’esistenza delle sue sfumature, annacquando il gusto dell’imprevu.

Che ci posso fare? Se dovessi rinascere, di certo sarei una bottiglia di Idrolitina…

Ebbene si, sono come uno yogurt Actimel… ho scadenze ravvicinatissime, per dirla alla Lenri.

 

La mia vecchia amica Gilda, non si chiama veramente “Gilda”; questo appellativo è frutto della mia fantasia,ma essendo una donna speciale… desidero tutelarla nell’anonimato. Si, Gilda è davvero leggendaria e mi conosce come le sue tasche. Anche meglio!

Sa quanto ami gli incontri culturali, le mostre, i concerti o il teatro e contemporaneamente ha appreso, che, vuoi per pigrizia, vuoi per ritrosia, esco poco o malvolentieri. Negli ultimi anni, faccio vita claustrale. Così quando organizza eventi, si ricorda di me e mi ci trascina. Ha ormai imparato che,io borbotto, ma i suoi inviti, sono cose che mi fanno strapiacere.

 

Lei è così, sembra sottotono, diafana, l’incedere impalpabile, come se camminasse a mezzo metro sopra l’esistenza di tutti noi, poveri mortali. Una leggerezza dell’essere di Kunderiana memoria. Classe e sobria raffinatezza da esportare Oltralpe, da regalare anche a Madame Carlà.

Così poco consapevole della sua eleganza nel portamento, da farla sembrare persino impostata. Perfetta in ogni situazione. Mai una piccola sbavatura..

Metà Jacqueline Bouvier Kennedy e metà Chanel, semplicità signorile.

Italian style di donna che appare come acquarello ma è dotata interiormente della forza materica di un Gaugin:creatura vulcanica e culturalmente poliedrica.

Taglio corto, castano ad illuminare due grandi occhi d’ebano, in un ovale dai lineamenti leggermente marcati dal taglio greco. Carnagione d’alabastro. Eterea e flessuosa nel suo metro e settanta.

 

Gilda delle sorprese:vengo invitata per un “documentario a sfondo benefico”: penso… cosuccia da oratorio! Decido di accettare, nonostante il freddo gelido, si incunei impudente e sfrontato fino al midollo e una pioggia deprimente, flagelli una cinerina domenica di fine inverno.

“Uffa, … potevi anche avvisarmi prima..!” “Ma va, dai, Mari, … ti aspetto al Quadriportico”.

 

Già Gilda ed io. Io e Gilda. Colleghe. Amiche. Sorelle. Strano mélange di rapporto il nostro. A volte Prevertiano, altre, rappresentazione tangibile di certi affreschi di Natalia Ginzburg, come in “Lui ed io”.

 

Io, la pasta e lei il sugo. Lei, budino ed io caramello. Lei, Bibì ed io, Bibò. Lei, Ginger ed io, Fred.

Lei pensiero ed io azione. Controllata e calibrata lei, esagerata io. Lei riflessiva ed io estemporanea.

Lei precisa, io, apoteosi del disordine. Lei concreta ed io sognatrice. Superselettiva nelle relazioni lei,più malleabile io. Entrambe severissime con noi stesse e di una sincerità spasmodica, a volte violenta, dolorosa, lacerante. Senza filtri. Per questo motivo, esigentissime nei rapporti con gli altri:talebane dell’amicizia, intransigenti ad oltranza, abbiamo sulla pelle e nel cuore, tante cicatrici come medaglie del nostre battaglie, delle quali andiamo orgogliose.

Gilda ed io, nate per vivere il bianco ed il nero dell’esistenza..senza le nuances del grigio. Incapaci di compromessi. Indomabili leonesse. Condannate per così dire, ad una solitudine esistenziale   colmata da risposte disuguali. Tempra d’acciaio lei, di carbonio, la mia.

Credo politico totalmente differente, ma unite nella diversità. Percorsi di crescita interiore dissimili, eppure vicinissimi, come un Giano bifronte.

Si, Gilda ed io siamo agli antipodi in tutto ma i nostri estremi, per una insolita alchimia, si toccano, si uniscono e fanno fiorire un rapporto speciale, che si riassume in una frase nucleo..

“Gilda c’è”.

Lei, che se incasinata, trova comunque un momento per farsi vedere o chiamare. Gilda che… non devi chiedere né spiegare. Capisce al volo senza aver studiato psicologia:senza filtri, ti fa piangere come una fontana, ma sai che, ha ragione al 100%. E non se la tira. Gilda che riesce a guardare alla realtà con una concretezza maschile ed una fede incrollabile. Pugno di ferro in guanto di velluto. Donna che non si nega, che sa essere presenza affidabile, senza farsi turbo menate o seghe mentali. Una corazzata Potionkin dal cuore di fiordilatte.  

 

Ci frequentiamo, ci sentiamo spesso, usciamo a cena o per maxi gelati con cazzeggio gratuito incluso;si, quel tipo di gossiping bonario, gradevole, appartenente alla tipologia “Radiosuoceraanch’io” sui 105.05, che consente alle mascelle ed alla lingua femminile di non accumulare mai un microgrammo di adipe o cellulite, visto gli allenamenti da maratoneta, ai quali, le sottoponiamo; “baguatelles” che non fanno male a nessuno né suonano come critica sarcastica o pungente. Un tout à fait leger désir de vivre.

Gilda ed io abbiamo il dono di saperci prendere in giro con un umorismo sottile, divertente. Mai sguaiato o crasso. Il suo, pure colto ed erudito. Ci divertiamo a sorridere di noi stesse,e di tanto in tanto, ridacchiamo degli stereotipi di certe nostre comuni conoscenze,ma senza malizia..

E le risate sgorgano così crystal clear , così argentine : ci si diverte con poco.

Io e Gilda… insegnanti alle scuole medie. Incontro casuale tra una supplente di vecchia data ed una new entry di ruolo, proveniente da un’attività altra, rispetto all’insegnamento. Esperienze esistenziali diametralmente opposte. Entrambe comicamente depresse, poiché schiacciate, dal nostro addestrare pueri al “what’s your name?” o “the pen is on the table”, dopo annosi percorsi universitari… concorsi, aggiornamenti e via dicendo. Si, noi le prof che hanno ispirato Zelig.

 

Io e lei, milleuriste da strapazzo! Entrambe alla canna del gas con rianimazione a base di Sali e melissa, ogniqualvolta pensiamo alle montagne di papiri che ci tocca compilare, al posto di svolgere il nostro lavoro di docenti. Si, Do-rocrati; docenti-burocrati… per la compilazione di inutili fogli di carta che nessuno mai leggerà. Penso a quanti aeroplanini ci farei..

Ogni tanto le dico: “Ehi Gilda, la “Maristar”, suona così bene per un battello a vapore a Timbuctu o per un pedalò nel Mar dei Sargassi… che ne dici? Ce la spediamo?!”  

Ci becchiamo alla grande perché siamo agli antipodi in tutto. Di fatto ce la spassiamo. Ed io le sono grata delle ore serene che mi regala. Il diavolo, io, e l’acqua santa, lei. Entrambe dotate di quella rarissima dote di franchezza oltre misura, da tiratori scelti. Picosecondo di riflessione e poi… una scarica di pallettoni su noi stesse,le nostre scelte, il mondo, la vita.

 

Come nei brani della Ginsburg ove l’autrice analizza le polarità respingenti con suo marito, parimenti mi accade con Gilda.

Io e Gilda: a volte personaggi usciti dalla penna di Moravia o Montanelli, altre come allegri Marcovaldi del quotidiano.

“ehi, dai Mari, raggiungimi al Quadriportico!”

 questa cosa, si, l’invito dell’ultimo minuto..

Mi prega di fare un po’ di tam-tam. Accontentata e parte una raffica di 60 sms.

Che “beota”che sono..ancora non conosco del tutto Gilda.Si, la storiella del niente di che…

Ore 17.30 arrivo al Quadriportico e che scopro?

Gremito fino all’inverosimile, con parterre delle grandi occasioni. Rappresentanze della carta stampata tutte presenti e schierate, come bravi soldatini; arrivo finale di una serie di personaggi che se bazzichi in città, riconosci subito, a cominciare dal primo cittadino, quel giorno in veste di “amico” di amici comuni.

E la Befana? Si, Gilda intendo..

Vestita da urlo, a fare PR. Si muove leggera come una libellula, cinguettando come un usignolo.

Come se organizzare incontri simili, fosse per lei una banale quotidianità.

 

La serata inizia con una serie di canzoni tratte dal repertorio di Carole King e James Taylor interpretate in modo magistrale dal gruppo “Greenwich.” Tema: l’amicizia.

Musicalità da 10 e lode e lacrima finale di commozione. Silenzio in sala e… voilà, come dal cappello del Bianconiglio di Alice, si materializza il regista Emmanuel Exitu. Introduce il documentario che di lì a poco verrà proiettato. Per chi non conoscesse, Emmanuel Exitu è il Vincitore della Palma d’oro a Cannes, nel 2008, settore documentary nonché Vincitore del premio Spike Lee. La sua opera  “Greater” è stata segnalata persino al palazzo dell’Onu..

Ecco, Gilda, progetta “cosucce” siffatte…

Approntare una rappresentazione di tale portata, non è cosa da poco: “Greater –defeating Aids”, è davvero un cortometraggio fantastico sulla realtà africana colpita dallAids. Dovrebbe essere una proiezione-must nelle scuole.

Segue un breve dibattito, denso di contenuti, di quelli che lasciano il segno per migliaia di riflessioni per i mesi a venire.

E per finire, una bella cena in piedi.

Declino l’invito… Non so perché ma a volte mi sento a disagio tra la gente, specie se non conosco le persone.

La location è davvero curata..credo sarà tutto gradevole e di ottima qualità. Io me ne scivolo via, non prima di essermi incontrata con il regista. Non si sa mai,ne potrebbero nascere dei momenti di collaborazione ad usum puerorum.

Ah! Gilda Gilda delle meraviglie!

 

ti auguro tempo

aprile 22, 2009 By: mariagrazia Category: letteratura

 tempo1

Avevo regalato questa poesia indiana ad alcuni amici speciali .. ora la pubblico sul blog per tutti i miei ragazzi che stanno affrontando la “fatica del crescere”.Perchè sappiano far tesoro di questi versi e si rendano conto che “l’essentiel est invisible aux yeux, car on ne voit bien qu’avec le coeur”-A de Saint-Exupéry

 

TI AUGURO TEMPO

 NON TI AUGURO UN DONO QUALSIASI.

 TI AUGURO SOLTANTO QUELLO CHE I PIU’ NON HANNO.

TI AUGURO TEMPO PER DIVERTIRTI E PER RIDERE.

 TI AUGURO TEMPO PER IL TUO FARE E IL TUO PENSARE.

NON SOLO PER TE STESSO, MA ANCHE PER DONARLO AGLI ALTRI.

 

TI AUGURO TEMPO NON PER AFFRETTARTI E CORRERE,

MA TEMPO PER ESSERE CONTENTO.

TI AUGURO TEMPO NON SOLTANTO PER TRASCORRERLO.

TI AUGURO TEMPO PERCHE’ TE NE RESTI:

TEMPO PER STUPIRTI E TEMPO PER FIDARTI

E NON SOLTANTO PER GUARDARLO ALL’OROLOGIO!

 

TI AUGURO TEMPO PER TOCCARE LE STELLE

TEMPO PER BACIARE LA LUNA

TEMPO PER ACCAREZZARE IL SOLE NEL TRAMONTO

E TEMPO PER CRESCERE E MATURARE

TI AUGURO TEMPO PER SPERARE NUOVAMENTE

E TEMPO PER AMARE

 

TI AUGURO TEMPO PER TROVARE TE STESSO,

PER VIVERE OGNI TUO GIORNO,OGNI TUA ORA COME UN DONO.

 

TI AUGURO TEMPO ANCHE PER PERDONARE

TI AUGURO DI AVERE TEMPO PER LA VITA.

                                                                               (POESIA INDIANA)

  concha

DAL LIBRO DEI MITI

 

NELLA NOTTE DEI TEMPI L’UNIVERSO ALTRO NON ERA CHE UN’ AMALGAMA NON BEN DEFINITA, REGOLATA DALLA SOVRASTANTE PRESENZA DI UNA ENTITA’ SUPREMA.

COL PASSARE DELLE ERE L’ ENTITA’ DECISE CHE IL TUTTO DOVEVA ESSERE ARMONICO PER POTER RAPPRESENTARE AL MEGLIO IL CONCETTO D’AMORE CHE EGLI RACCHIUDEVA IN SE’.

E FURONO MONTAGNE, OCEANI, MARI, PIANURE, VALLI COLLINE E FIUMI.

ED IN SEGUITO FIORI E PIANTE ED ANIMALI DI OGNI SPECIE. RACCHIUSE IL TUTTO IN UN IMMENSO MANTO SCURO COSTELLATO DA MILIONI DI OCCHI LUMINOSI, CHE CHIAMO’ STELLE. AL CENTRO FECE ROTOLARE UNA PERLA CHIAMATA LUNA.

E L’ENTITA’ VIDE CHE IL CREATO RAPPRESENTAVA UNA CERTA ARMONIA.

PERCEPIVA TUTTAVIA LA MANCANZA DI PERFEZIONE E DI CALORE:POSE COSI’ IL SOLE AL CENTRO DELLA VOLTA CELESTE.

SENTENDO COMPIUTA LA SUA OPERA SI SEDETTE SU UNO SPUNTONE DI ROCCIA E GUARDO’ L’OCEANO.SEPPUR POPOLATA DA ESSERI STUPENDI, L’ENTITA’ PERCEPI PER LA PRIMA VOLTA LA SOLITUDINE E SENTI LA NECESSITA’ DI AVERE QUALCUNO CHE RIFLETTESSE PERFETTAMENTE LA SUA ESSENZA.

NON AVENDO MODELLI DI RIFERIMENTO E NON ESISTENDO GLI SPECCHI , PRESE SPUNTO DALLA SUA IMMAGINE RIFLESSA IN UN’ONDA.

PLASMO’ AD UNO AD UNO TUTTI GLI ESSERI UMANI:DONNE UOMINI, VECCHI E BAMBINI.

AD OGNUNO ,CON TENEREZZA, DIEDE UN NOME E DELLE PECULIARITA’ UNICHE.

POI SI SEDETTE ED OSSERVO’ LA CREAZIONE…..GLI ESSERI UMANI GLI SEMBRAVANO BELLI MA SIMILI AD UN BOZZETTO DI UN ARTISTA.

NON CONTENTO SI RIMISE AL LAVORO E CREO’….CHI  DA SEMPRE E’ ESSENZA DELL’AMORE NELLA MIA VITA!

NEL CONTEMPLARE L’OPERA ESCLAMO’ “ECCO IL MIO CAPOLAVORO” Ed IN LORO SI COMPIACQUE.

IL CAPOLAVORO SI E’ TRASFORMATO IN MITO ED ALBERGA NEI CUORI DI TUTTI COLORO CHE CON LUI VENGONO IN CONTATTO,PERFETTAMENTE CONSCIO DEL SUO ESSERE UN VALORE AGGIUNTO .

ECCO PERCHE’ IL MITO NON CADE,TUTT’AL PIU’ VACILLA SOTTO IL PESO DELLE ALTERNE VICENDE UMANE.

La rosa di Lorenzo

aprile 14, 2009 By: mariagrazia Category: letteratura

la rosa di lorenzo       Alcuni anni fa vicino a casa mia abitava un signore, poco più giovane di mio padre.

Gli ero affezionata. Abitava nel condominio di fronte a casa mia e si era ricavato uno spazio dal giardino condominiale, che coltivava con ogni ben di Dio. Fiori e frutta. La terra era poco ma c’era veramente l’incredibile… Lui era un uomo semplice semplice, un ex-operaio dell’Ideal Standard ma aveva saggezza da vendere e i suoi occhi emanavano una grandissima tenerezza.

Quell’affetto che ti fa sentire unico ed irripetibile solo con uno sguardo. Faceva un po’ specie poiché era un marcantonio di quasi due metri dai modi molto burberi a volte un po’ rozzi.

 Anche lui credo, fosse un uomo, che si sentiva solo, senza amore. Così dedicava tutta la sua giornata, le sue fatiche, il suo sudore a quel fazzoletto di terra.

Quando l’ho conosciuto era già stato operato di un tumore alla gola e questo gli impediva di parlare correttamente, ne soffriva. Tra me e lui c’era una grande intesa e un grande feeling. Passavamo ore a discutere di politica. Condividevamo certe tonalità… rosso fuoco che si tingevano di arcobaleno! Suo figlio, un ex- campione del mondo, era molto occupato e così ero stata adottata.

Appena fiorivano le margherite, o le dalie o le zinie o i settembrini o gli iris o i giaggioli o i rami di biancospino… ne trovavo alcuni al cancello di casa: sapevo che era lui: passando mi lasciava un dono floreale per la mia cucina. Condividevamo l’amore per la natura. Se mi vedeva triste aveva una parola buona… ma ancora non si intravedevano temporali sulla mia esistenza se non quelli legati alla mia salute.

Appena maturavano fragole o lamponi o mirtilli o l’uva, i kiwi, le ciliegie, le amarene..  bhè una manciata era per me. E quei frutti avevano un sapore speciale: quello della fatica e della raccolta amorosa. Ed erano attesi come dono prezioso. Poi arrivava qualche ciuffetto di insalata o i ravanelli. Tutto aveva un gusto unico perché io vedevo Lorenzo, ogni giorno, dalla mattina alla sera curvo su quei 30 metri di terra. L’affetto che metteva nella coltivazione era quello di un grande “amante”. A volte sorridevo quando parlava con il biancospino. Sopra questo orto-giardino sventolava l’arcobaleno della pace. Ed io sapevo che lui era in giardino dalla posizione della bandiera. A volte gli portavo della limonata ghiacciata  perchè lui non abbandonava le sue piante, mai, nemmeno un giorno all’anno! e a luglio o agosto… si moriva di caldo e sua moglie non sempre poteva scendere a portargli da bere! E lui era così educato da non chiedere.

Il momento più bello era il tempo delle rose… Lui sapeva che adoravo le rose da giardino e le peonie, così una delle prime rose rosse, che fioriva, era per me.

Ma non era un fiore qualsiasi; era una rosa rosso porpora, enorme, con un numero esagerato di petali e a differenza di tutte le altre, sembrava finta. Fatta di velluto. Così bella da restare ad ammirarla a bocca aperta. Il profumo era intenso e penetrante. Ne coglieva solo due: una per sua moglie ed una per me. Ed io mi sentivo fiera della preferenza. I suoi roseti erano fuori dal comune per varietà e colori. Tutto il vicinato glieli invidiava.

I miei ragazzi lo adoravano e appena potevano scappavano da lui perché mentre lavorava, raccontava cose interessanti che li affascinavano. Era bello vedere quell’omone grande e grosso alle prese con fragili piantine e due piccoli che gli zompettavano intorno. Alighiero lo chiamava “il gigante buono”. Sembrava che Lorenzo fosse come il Pifferaio magico”… attirava i bambini con una dolcezza incredibilmente suadente. I piccoli restavano magicamente abbacinati dalle sue narrazioni.

Poi all’improvviso ha cominciato a dimagrire e a non sentirsi così in forma. Era diminuita la permanenza in giardino. Analisi e risultati: nuovo tumore. Operazione, chemio e ripresa lenta di una pseudovita. Ancora al lavoro, blandamente in giardino. Ma ogni gesto costava una enorme, spropositata fatica.

Poi un giorno suona al mio campanello… strano, lo faceva raramente.

 Così schivo, mi lasciava le cose appese al cancello o infilate nella ringhiera per non disturbare “la dottoressa”.

Lo faccio entrare ed accomodare. Si vergognava sempre perché aveva le mani sporche ed era sudato; a volte quando concimava non è che profumasse di verbena!  io l’ho sempre trovato adorabile proprio per quello! Lui non lo ha mai saputo, ma tutti noi lo ammiravamo tantissimo e lo stimavano come nessun altro. Quel giorno, Mi porta un vaso con una talea della famosa rosa rossa…

“la pianti nel suo giardino, al sole così si ricorda di me ogni volte che la vede”.

L’ho fatto, mettendoci un po’ di amore, ma non tutto quello che sapeva metterci lui. La piantina ha attecchito.

La prima rosa, 5 anni fa, l’ho raccolta e l’ho portata a lui e a sua moglie. Si sono commossi.

Lo vedevo sempre più affaticato e sempre più stanco ma appena poteva veniva al giardino. E quando tornavo da scuola mi sedevo con lui sui tolotti arrugginiti che teneva per l’acqua piovana. Gli facevo un po’ di compagnia e lo ascoltavo raccontarmi del suo passato e della sua salute… Mi piaceva tanto.

Poi le cose sono precipitate nel giro di una settimana. L’ultima volta che l’ho visto vivo era un groviglio rantolante di fili e cannette in ospedale… E’ morto dopo poche ore. Non si è accorto che anche all’ultimo io c’ero. Ero lì con lui. Lorenzo il gigante buono aveva dovuto arrendersi!

Adesso ogni anno la sua rosa fiorisce… E mi porta il suo ricordo, ed ogni anno le rose aumentano di un bocciolo.

Quest’anno ce ne sono 6.

Nonostante siano passati 5 anni, ogni volta che arrivo a casa, rallento con l’automobile per vedere se lo vedo in giardino. E’ più forte di me… La bandiera ha perso il suo colore a causa delle intemperie. Si è anche sbrindellata un po’, ma mantiene tutta la forza del suo messaggio originale.

Adesso l’orto-giardino è diventato un semplice prato inglese ed il cancelletto, che prima era sempre aperto, è chiuso. Definitivamente, perché Lorenzo ora è il giardiniere degli angeli!

… come nomadi, ricercando l’amore.

aprile 13, 2009 By: mariagrazia Category: letteratura

viaggio                “L’importante è il viaggio, non la meta che ci prefiggiamo di raggiungere”.

Questo sosteneva un professionista della psiche al quale sono molto legata. Mi ero trovata a dissentire dal suo punto di vista, come mi accadeva di sovente, visto che ci “becchiamo ogni 3×2”.

O meglio, ritenevo che la sua affermazione fosse un’analisi parziale di una realtà - a mio parere - più complessa ed articolata.

Piccole bonarie diatribe, le nostre. Mi sono abituata “ad uscirne” con le ossa rotte, ora non mi arrabbio nemmeno più, dal momento che non posso competere con lui nell’analisi psicologica della mente umana e degli atteggiamenti che ne derivano. Certe discussioni, tuttavia, mi stimolano, invogliandomi alla ricerca, ad approfondimenti, tesi a valutare percorsi  alternativi.

 

L’articolo che ho scritto riguardava quindi una delle nostre discussioni…

 Si parlava del concetto di viaggio, in un periodo nel quale la vita aveva dimostrato il suo essere matrigna. Il cammino quindi perdeva la sua connotazione semantica primaria, per assumerne un altro, molto più profondo, personale.

Con particolari riferimenti alla mia  situazione emozionale.

 

“…Non è vero che il pensiero portante, sia quello legato all’idea di viaggio di per sè. Travelling for travelling’s sake”

Esso assume un significato, suo proprio, giacché correlato al “soggetto- agente” ed “allo scopo”per il quale, viene messo in atto.

Se ti ricordi,la nozione di cammino è alla base del libro di Herzog, che tu trovi illeggibile e che invece a me, affascina, perché da ogni parola, trasuda la fatica dell’incedere, attraverso le intemperie della vita…

Il peregrinare di Herzog è strettamente correlato all’amicizia che lo lega alla vecchia Lotte: senza di lei, tale tragitto non avrebbe avuto senso e probabilmente il regista non lo avrebbe nemmeno intrapreso.

E’ l’affetto, l’amore per l’amica malata che lo spinge a sfidare sé stesso in un percorso lungo, travagliato, accidentato e faticoso, ai limiti della sopravvivenza umana. Vi è una profonda Agapé che lega i due, in modo indissolubile.

Parimenti Itaca, assume valore, non in quanto isola, ma come raffigurazione concreta dell’amore di Ulisse per la sua donna e per suo figlio. E’ questo amore, a dare un senso al suo incedere, tra mille difficoltà. Se così non fosse stato,il nostro eroe si sarebbe probabilmente fermato presso i Feaci: tutto sommato Nausicaa era intelligente, bella, giovane e disponibile; oppure Ulisse non avrebbe esitato ad un “pit-stop”, tutt’altro che veloce da Circe, conturbante e sensuale rappresentante del sesso femminile. Avrebbe potuto dar sfogo a tutto il suo testosterone! come li chiami tu? Ah! già, neuroni erettili! Ma non era quello che cercava!

La lotta che intraprende contro gli elementi della natura, contro i suoi simili e contro sé stesso, è solo in funzione di Penelope.

Altresì Penelope, compie il suo iter, in maniera dissimile, ma sempre legata ad un “chi”.

Il percorso della moglie di Ulisse si dipana attraverso il farsi ed il disfarsi di una tela, imbevuta di ricordi, profumi e di desideri mai liberamente espressi, come si conveniva alle donne dell’epoca.

Ma è sempre Ulisse - il senso di lui - a dare significato.

Tutto è riconducibile ad un qualcosa con la A maiuscola: sia per Penelope con Ulisse, (amore muliebre), sia per Herzog con Lotte (amore amicale), sia per Dalì con Gala (musa dell’artista durante il suo soggiorno a Figueres), amore ispiratore.

Il viaggio è come un motore, il cui ingranaggio principale, che lega gli esseri tra loro, è una sorta di Alchimia, che i più chiamano amore.

Quando questo motore perde i colpi o s’inceppa, il viaggio, sovente,  perde il suo senso.

Solo se tale propulsore funziona a dovere, nella nostra quotidianità, possiamo percepire, i tramonti come abbracci tra cielo e mare: in buona sostanza, proiettiamo fuori “dal noi”, nel cielo e nel mare, qualcosa che noi abbiamo già fisicamente sperimentato, cioè che “il dentro-di- noi” già conosce e che considera come appagante.

Questa rappresentazione mentale  della realtà è strettamente correlata a quello di vita o di sopravvivenza. Il concetto di vita comporta l’idea della pienezza di sé, dell’armonia del sé con gli altri e con l’ambiente, di uno sviluppo emozionale armonico. Con una totale consapevolezza ed accettazione del sé e dei propri limiti così come delle proprie potenzialità..

 

Al contrario, invece, se l’individuo è impegnato nella lotta per la sopravvivenza, è da ritenersi, già un risultato positivo,il suo intuire l’esistenza di una parte del giorno, chiamata alba, e di un’altra chiamata tramonto.

Se il motore del quotidiano funziona, la mente è in totale relax,perché le è stato fornito tutto il cibo emotivo di cui il subconscio necessita. Ed ecco che , essendo ben sazia, si permette il lusso di intravedere abbracci tra cielo e mare,tra sole e luna.

 

Esiste poi un altro tipo di viaggio, che fortunatamente, è riservato a pochi e che non possono essere chiamati “eletti”.

Per costoro, il percorso avviene attraverso le dune del deserto. Nella più totale solitudine. Nell’abbandono. Sulle spalle portano bisacce di dolori già vissuti, di fallimenti, di desideri irrealizzabili, di speranze fallite. Il loro motore si è spento da tempo ma sono costretti al viaggio, loro malgrado. Viaggiano a piedi.

Essi sono preparati alle tempeste di sabbia. Hanno imparato  ad avere sempre con loro una bussola per non perdere l’orientamento. Se si smarrisce la bussola nel deserto è morte certa.

Sono consapevoli che dovranno, altresì, soffrire fame, sete e calore. Sanno che non troveranno molti aiuti dai beduini che incontreranno poiché la legge del deserto si basa sul motto “homo homini lupus”. Hanno la consapevolezza che le oasi sono rarissime e che predoni senza scrupoli sono sempre in agguato.

La natura e gli animali saranno loro ostili ed infidi. Hanno visto crollare in macerie, il concetto di fiducia, e sapendo di non potersi fidare,vivono all’erta come le sentinelle.

Eppure avanzano,lentamente ma avanzano. Lenti ma inesorabili!

Si coprono il viso con grandi sciarpe o foulards blu. A volte si proteggono gli occhi con occhiali da sole, ai quali cambiano di sovente le lenti, nella vana speranza che, modificando le lenti, riescano a percepire differentemente la realtà che li circonda.

Chi fa, o meglio si trova a subire, l’esperienza del deserto, non vive: sopravvive!

E’ solo con sé stesso e sa di poter contare solo sulla proprie forze: così impara a non avere mai grandi pretese. A procedere a piccoli passi.

Uno dei problemi maggiori di chi affronta il deserto, sono i miraggi: momenti pericolosi, poiché proiettano al di fuori del sé, quelle che sono esigenze recondite.

Come per le sirene di Ulisse, il miraggio porta distruzione fisica e psichica. Chi affronta il deserto lo sa bene, a volte si lascia tentare o cullare da insensate speranze, ma essendo conscio del suo stare in mezzo alle dune, sa sempre come recuperare il timone della propria esistenza anche a costo di ulteriori devastanti dolori.

Chi affronta, o subisce, il deserto non teme più la morte, perché essa è sua compagna quotidiana di viaggio. Le insidie delle distese sabbiose, gliel’hanno mostrata completamente nuda, per quello che è,  ….una povera crista!

Tutt’al più un viaggiatore del deserto, un Tuareg,teme il dolore fisico: ma anche in quello sa trovare una ragione d’essere.

Se è in grado di dominare il “sé” saprà trasformare il proprio doloro in salvezza per un altro guerriero.

Un viaggiatore del deserto ha imparato a coprirsi il volto e a lasciare scoperti solo gli occhi, che gli servono per continuare il cammino.

Nessuno di coloro che incontrerà, conoscerà mai la sua vera identità…..nessuno tranne l’amato/a al quale la legge Tuareg consente di slacciare i foulards blu!

Chi viaggia nel deserto impara a riconoscere le mille voci del silenzio; impara a parlare con sé stesso. Sa che ha solo sé stesso come compagnia. Probabilmente non è ciò che vorrebbe, ma nel deserto non c’è tempo per fare gli schizzinosi!…e ci si accontenta.

Quando prima o poi arriva ad intravedere un’oasi, anche piccola, le si avvicina con rispetto, sapendo che, sarà per lui fonte di vita e di gioia.

L’oasi è la realizzazione concreta di ciò che aveva percepito mille volte nel miraggio, di ciò che aveva desiderato durante il suo peregrinare.

Per questo motivo, il viaggiatore vive a fondo questa esperienza senza sprecare nulla. Se gli è consentito,si concede una sosta più lunga nell’oasi, per ritemprarsi, per poter riconoscere la dolcezza degli elementi della natura ,che fino a quel momento gli erano stati ostili.per fare pace anche con se stesso.

Prova stupore, quando ammira le piante, il cielo ed i colori. Resta ammutolito davanti allo spettacolo del cactus. Sa che ogni pianta fiorisce con un solo fiore. Per questo attende con pazienza…sa che quell’unico fiore sarà uno scoppio di bellezza, nell’arsura del deserto. E tutta la fatica del viaggio si scioglierà in quell’istante di meraviglia. Era esattamente ciò che egli aveva sperato di trovare. Era il “significato” della sua permanenza nell’oasi.

Era proprio quell’istante di meraviglia, che cercava da tempo, e che era certo avrebbe dato valore alla sua esistenza, tingendola con tutti i colori dell’arcobaleno..Ecco, il fondersi dei sensi.

 

Ecco perché gli occhi dei viaggiatori del deserto ci affascinano,ma ne diffidiamo e li teniamo a debita distanza;in quegli occhi vediamo ingurgitata tutta la sofferenza del deserto..

Ci richiamano ad una fatica e a d un dolore esperienziale che non avremmo mai voluto compiere.

Ci chiamano a donare qualcosa per cui non ci sentiamo ancora pronti.

I Tuareg,chiamiamoli così, ci incutono timore perché fanno vacillare le nostre certezze. Abbiamo paura che ci possano chiedere qualcosa in più di quel niente che siamo disposti ad offrire.

Per questo chiudiamo gli occhi e preferiamo guardarli di sottecchi, senza coinvolgimento emotivo.

Eppure ci piacciono.

Ma per costoro, per tutti quelli che non sanno amare questi “nomadi della vita”,che vivono d’amore e che null’altro cercano;per  tutti coloro,che non sanno osare e giocarsi nelle relazioni, il viaggio nel deserto avviene a bordo di una RangeRover, con guide, bussole, acqua in abbondanza e apparecchi di ricognizione satellitare….non vogliono di certo perdersi in una merdosissima distesa di sabbia.!

Ma il viaggio del Tuareg è tutt’altra dimensione. Un’altra esperienza, un altro spessore…

Ecco perché alla fine del viaggio, per coloro che sopravvivono,siano essi, Tuareg o turisti , il tramonto o l’alba, hanno significato diverso.

Ed il vagabondo, quello che viaggia a piedi, è sempre vincente, perché attraverso la solitudine del deserto ha imparato a donare senza “se” e senza ma”. Tutt’al più si chiede per “chi” ha compiuto quel viaggio e se ne valeva la pena…..ma a tutto ciò ogni “guerriero tuareg” dà una risposta diversa!