Mariagrazia Bondioli

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Favola d’amore di Herman Hesse

giugno 03, 2011 By: mariagrazia Category: Uncategorized

Pubblico il testo di Herman Hesse, che a mio giudizio, è semplicemente splendido.Questo è il racconto che ha ispirato una delle più belle melodie di Eros rRamazzotti, intitolata “Favola”.

Appena giunto in paradiso Pictor si trovò dinnanzi ad un albero che era insieme uomo e donna. Pictor salutò l’albero con riverenza e chiese: “Sei tu l’albero della vita?”. Ma quando, invece dell’albero, volle rispondergli il serpente, egli si voltò e andò oltre. Era tutt’occhi, ogni cosa gli piaceva moltissimo. Sentiva chiaramente di trovarsi nella patria e alla fonte della vita.

E di nuovo vide un albero, che era insieme sole e luna. Pictor chiese:”Sei tu l’albero della vita?”.

Il sole annuì e sorrise. Fiori meravigliosi lo guardavano, con una moltitudine di colori e luminosi sorrisi, con una moltitudine di occhi e di visi. Alcuni annuivano e ridevano, altri annuivano e non sorridevano: ebbri tacevano, in se stessi si perdevano, nel loro profumo si fondevano. Un fiore cantò la canzone del lillà, un fiore cantò la profonda ninna nanna azzurra. Uno dei fiori aveva grandi occhi blu, un altro gli ricordava il primo amore. Uno aveva il profumo del giardino dell’infanzia, il suo dolce profumo risuonava come la voce della mamma. Un altro, ridendo, allungò verso di lui la sua rossa lingua curva. Egli vi leccò, aveva un sapore forte e selvaggio, come la resina e di miele, ma anche come di bacio di donna.

Tra tutti questi fiori stava Pictor, pieno di struggimento e di gioia inquieta. Il suo cuore, quasi fosse una campana, batteva forte, batteva tanto; il suo desiderio ardeva verso l’ignoto, verso il magicamente prefigurato.

Pictor scorse un uccello sull’erba posato e di luminosi colori ammantato, di tutti i colori il bell’uccello sembrava dotato. Al bell’uccello variopinto egli chiese:”Uccello, dove è dunque la felicità?”

“La felicità?” disse il bell’uccello e rise con il suo becco dorato, “la felicità, amico, è ovunque, sui monti e nelle valli, nei fiori e nei cristalli”.

Con queste parole l’uccello spensierato scosse le sue piume, allungò il collo, agitò la coda, socchiuse gli occhi, rise un’ultima volta e poi rimase seduto immobile, seduto fermo sull’erba, ed ecco: l’ uccello era diventanto un fiore variopinto, le piume si erano trasforma in foglie, le unghie in radici. Nella gloria dei colori, nella danza e negli splendori, l’uccello si era fatta pianta. Pictor vide questo con meraviglia.

E subito il fiore-uccello cominciò a muovere le sue foglie e i suoi pistilli, già era stanco del suo essere fiore, già non aveva più radici, scuotendosi un po’ si innalzò lentamente e fu una splendida farfalla, che si cullò nell’aria, senza peso, tutta di luce soffusa, splendente nel viso. Pictor spalancò gli occhi dalla meraviglia.

Ma la nuova farfalla, l’allegra variopinta farfalla –fiore - uccello, il luminoso volto colorato volò intorno a Pictor stupefatto, luccicò al sole, scese a terra lieve come un fiocco di neve, si sedette vicino ai piedi di Pictor, respirò dolcemente, tremò un poco con le ali splendenti, ed ecco, si trasformò in un cristallo colorato, da cui si irraggiava una luce rossa. Stupendamente brillava tra erba e piante, come rintocco di campana festante, la rossa pietra preziosa. Ma la sua patria, la profondità della terra, sembrava chiamarla; subito incominciò a rimpicciolirsi e minacciò di scomparire.
Allora Pictor, spinto da un anelito incontenibile, si protese verso la pietra che stava svanendo e la tirò a sé.
Estasiato, immerse lo sguardo nella sua luce magica, che sembrava irraggiarli, nel cuore il presentimento di una piena beatitudine.

All’improvviso, strisciando sul ramo di un albero disseccato, il serpente gli sibilò nell’orecchio: “la pietra ti trasforma in quello che vuoi. Presto, dille il tuo desiderio, prima che sia troppo tardi!”.

Pictor si spaventò e temette di vedere svanire la sua fortuna. Rapido disse la parola e si trasformò in un albero. Giacché più di una volta aveva desiderato essere albero, perchè gli alberi gli apparivano così pieni di pace, di forza e di dignità.

Pictor divenne albero. Penetrò con le radici nella terra, si allungò verso l’alto, foglie e rami germogliarono dalle sue membra. Era molto contento. Con fibre assetate succhiò nelle fresche profondità della terra e con le sue foglie sventolò alto nell’azzurro. Insetti abitavano nella sua scorza, ai suoi piedi abitavano il porcospino e il coniglio, tra i suoi rami gli uccelli.

L’albero Pictor era felice e non contava gli anni che passavano. Passarono molti anni prima che si accorgesse che la sua felicità non era perfetta. Solo lentamente imparò a guardare con occhi d’albero. Finalmente poté vedere, e divenne triste.

Vide infatti che intorno a lui nel paradiso gran parte degli esseri si trasformava assai spesso, che tutto anzi correva in un flusso incantato di perenni trasformazioni. Vide fiori diventare pietre preziose o volarsene via come folgoranti colibrì. Vide accanto a sé più di un albero scomparire all’improvviso: uno si era sciolto in fonte, un altro era diventato coccodrillo, un altro ancora nuotava fresco e contento, con grande godimento, come pesce allegro guizzando, nuovi giochi in nuove forme inventando. Elefanti prendevano la veste di rocce, giraffe la forma di fiori.

Lui invece, l’albero Pictor, rimaneva sempre lo stesso, non poteva più trasformarsi. dal momento in cui capì questo, la sua felicità se ne svanì: cominciò ad invecchiare e assunse sempre più quell’aspetto stanco, serio afflitto, che si può osservare in molti vecchi alberi. Lo si può vedere anche tutti i giorni nei cavalli, negli uccelli, negli uomini e in tutti gli esseri: quando non possiedono il dono della trasformazione, col tempo sprofondano nella tristezza e nell’abbattimento, e perdono ogni bellezza.

Un bel giorno, una fanciulla dai capelli biondi e dalla veste azzurra si perse in quella parte del paradiso. Cantando e ballando la bionda fanciulla correva tra gli alberi e prima di allora non aveva mai pensato di desiderare il dono della trasformazione. Più di una scimmia sapiente sorrise al suo passaggio, più di un cespuglio l’accarezzò lieve con le sue propaggini, più di un albero fece cadere al suo passaggio un fiore, una noce, una mela, senza che lei vi badasse.

Quando l’albero Pictor scorse la fanciulla, lo prese un grande struggimento, un desiderio di felicità come non gli e ancora mai accaduto. E allo stesso tempo si trovò preso in una profonda meditazione, perchè era come se il suo stesso sangue gli gridasse: “Ritorna in te! Ricordati in questa ora tutta la tua vita, trovane il senso, altrimenti sarà troppo tardi e non ti sarà più data alcuna felicità”. Ed egli ubbidì.

Rammemorò la sua origine, i suoi anni di uomo, il suo cammino verso il paradiso, e in modo particolare quell’istante prima che si facesse albero, quell’istante meraviglioso in cui aveva avuto in mano quella pietra fatata. Allora, quando ogni trasformazione gli era aperta, la vita in lui era stata ardente come non mai! Si ricordò dell’uccello che allora aveva riso e dell’albero con la luna e il sole; lo prese il sospetto che allora avesse perso, avesse dimenticato qualcosa, e che il consiglio del serpente non era stato buono.

La fanciulla udì un fruscio tra le foglie dell’albero Pictor, alzò lo sguardo e sentì, con un improvviso dolore al cuore, nuovi pensieri, nuovi desideri, nuovi sogni muoversi dentro di lei. Attratta dalla forza sconosciuta si sedette sotto l’albero. Esso le appariva solitario, solitario e triste, e in questo bello, commovente e nobile nella sua muta tristezza; era incantata dalla canzone che sussurrava lieve la sua chioma. Si appoggiò al suo tronco ruvido, sentì l’albero rabbrividire profondamente, sentì lo stesso brivido nel proprio cuore. Il suo cuore era stranamente dolente, nel cielo della sua anima scorrevano nuvole, dai suoi occhi cadevano pesanti lacrime. Cosa stava succedendo? Perché doveva soffrire così? Perché il suo cuore voleva spaccare il petto e andare a fondersi con lui, con esso, con il bel solitario? L’albero tremò silenzioso fin nelle radici, tanto intensamente raccoglieva in sé ogni forza vitale, proteso verso la fanciulla, in un ardente desiderio di unione. Ohimé, perché si era fatto raggirare dal serpente per essere confinato così, per sempre, solo in un albero! Oh, come era stato cieco, come era stato stolto! Davvero allora sapeva così poco, davvero era stato così lontano dal senso della vita? No, anche allora aveva sentito e presagito, ohimé! E con dolore e profonda comprensione pensò ora all’albero che era fatto uomo e donna!

Venne volando un uccello, rosso e verde era l’uccello, ardito e bello, mentre descriveva nel cielo un anello. La fanciulla lo vide volare, vide cadere dal suo becco qualcosa che brillò rosso come sangue, rosso come brace, e cadde tra le verdi piante, il richiamo squillante della sua rossa luce era tanto intenso, che la fanciulla si chinò e sollevò quel rossore. Ed ecco che era un cristallo, un rubino, ed intorno ad esso non vi può essere oscurità.

Non appena la fanciulla ebbe preso la pietra fatata nella sua mano bianca, immediatamente si avverò il sogno che le aveva riempito il cuore. La bella fu presa, svanì e divenne tutt’uno con l’albero, si affacciò dal suo tronco come un robusto giovane ramo che rapido si innalzò verso di lui.

Ora tutto era a posto, il mondo era in ordine, solo ora era stato trovato il paradiso, Pictor non era più un vecchio albero intrinsito, ora cantava forte Pictoria. Vittoria. Era trasformato. E poiché questa volta aveva raggiunto la vera trasformazione, perchè da una metà era diventato un tutto, da quell’istante poté continuare a trasformarsi, tanto quanto voleva. Incessantemente il flusso fatato del divenire scorreva nelle sue vene, perennemente partecipava della creazione risorgente ad ogni ora.

Divenne capriolo, divenne pesce, divenne uomo e serpente, nuvola e uccello. In ogni forma però era intero, era una “coppia”, aveva in sé luna e sole, uomo e donna, scorreva come fiume gemello per terre stava come stella doppia in cielo.

Hermann Hesse

 

La lista della spesa

giugno 03, 2011 By: mariagrazia Category: letteratura

Questo testo non è una mia creazione;circola sul Web.A me è piaciuto enormemente.Nella sua semplicità, insegna come rimettere al centro le vere priorità del quotidiano.Poichè  molti dei miei ragazzi o i loro genitori leggono i miei articoli, ho sperato di far cosa gradita inserendo sulla mia pagina, questa breve narrazione..A volte serve fermarsi e meditare sulla realtà dei nostri giorni..Soprattutto in un momento storico nel quale, la povertà che viene diariamente dalll’Africa, finisce a brandelli sugli scogli di Lampedusa o sommersa dalle onde del Mediterraneo.E certe morti, non fanno più scalpore..Ci sconvolgono per un nanosecondo e poi cadono nell’oblio a velocità catodica..Eppure quelli che riposano sul fondo del mare, e che non arriveranno a condividere un momento di sperato benessere,diritto di tutta l’umanità, erano, anche loro “Figli dello stesso Padre”…

Una donna, vestita sobriamente, con il volto triste, entrò in un negozio, si avvicinò al padrone e umilmente gli chiese se poteva prendere alcuni alimenti a credito. Con delicatezza gli spiegò che suo marito si era ammalato in modo serio e non poteva lavorare e i loro sette figli avevano bisogno di cibo.
 Il padrone non accettò e le intimò di uscire dal negozio.
Conoscendo la reale necessità della sua famiglia la donna suplicò: “Per favore, signore, glielo pagherò non appena posso”.
Il padrone ribadì che non poteva farle credito, e che lei poteva rivolgersi ad un altro negozio.
In piedi, vicino al banco, si trova un giovane sacerdote che aveva ascoltato la conversazione tra il padrone del negozio e la donna. Il sacerdote si avvicinò e disse al padrone che avrebbe pagato quello che la donna avrebbe preso per il bisogno della sua famiglia, allora il padrone con voce riluttante, chiese alla donna: “Hai la lista della spesa?”. La donna disse “Si, signore”. “Bene” disse il padrone “metta la sua lista sul piatto della bilancia e le darò tanta merce quanto pesa la sua lista”.
La donna esitò un attimo e, chinando la testa cercò nel suo portafoglio un pezzo di carta, scrisse qualcosa e poi posò il foglietto su un piatto della bilancia.
Gli occhi del padrone e del sacerdote si dilatarono per lo stupore, quando videro il piatto della bilancia, dove era stato posato il biglietto, abbassarsi di colpo e rimanere abbassato.
Il padrone del negozio, fissando la bilancia, disse: “E’ incredibile” Il sacerdote sorrise e il padrone cominciò a mettere sacchetti di alimenti sull’altro piatto della bilancia. Pur continuando a mettere molti alimenti, il piatto della bilancia non si muoveva, fino a che si riempì. Il padrone rimase profondamente stupito.
 Alla fine, prese il foglietto di carta e lo fissò ancora più stupito e confuso… non era una lista della spesa!
Era una preghiera che diceva: “Mio DIO, Tu conosci la mia situazione e sai ciò di cui ho bisogno: metto tutto nelle tue mani!”.
 Il padrone del negozio, in silenzio, consegnò alla donna tutto ciò che aveva messo nel piatto della bilancia.
 La donna ringraziò e uscì dal negozio.
Il giovane sacerdote, consegnando una banconota da 50, disse al padrone: “ORA SAPPIAMO QUANTO PESA UNA PREGHIERA” …
Il nome di quel sacerdote era: KAROL WOJTYLA.

Bambini

maggio 10, 2011 By: mariagrazia Category: Uncategorized

Tra le varie amenità che la vita mi ha riservato negli ultimi tempi, sono inciampata in alcuni adulti di Dostojezkiana memoria, con Q.I. ed educazione, inversamente proporzionali al totale del loro conto in banca… Un Disgustorama epocale, mais il faut s’en faire! C’est la vie et on ne peut pas la changer…

Non ce l’ho con gli adulti “tout court”!

Sto tuttavia sviluppando una fortissima allergia, nei confronti di quei ”grandi”, parvenus, omuncoli piccoli e mediocri; arrampicatori sociali boriosi, che grazie ad una serie di fortuite coincidenze della vita, sono riusciti a scalare qualche milioneuro, ritenendosi pertanto dei nuovi divini Mr. Murdoch…

Purtroppo il danaro non consente di acquistare l’intelligenza al 3×2 e nemmeno  il savoir faire di  un vero gentleman…  la classe n’est pas d’eau!!

E le persone zotiche, “grezze” nascono e “bifolche” restano, anche se si ricoprono di abiti firmati, se si circondano di esponenti della politica ( che la classe di trombaroli e tromboni, corrotti, ora al Governo, te la raccomando proprio!!), o si ingioiellano con rolex d’oro e catenone 24 carati.

Mio padre, che era un uomo semplice, al servizio degli “ultimi”, era, tuttavia, una persona di cultura, di solito mi rammentava: “Meglio essere signori, senza essere ricchi; che ricchi, senza essere signori!”.. Ed aveva come sempre ragione. Da lui ho mutuato questa visione.. Da lui ho ereditato questa intolleranza  a certi modi di porsi degli adulti, a volte ahimé, pure genitori!

Ci sono cose che, nel mio andare per la vita non accetto,non tollero  proprio. Cose che mi fanno imbufalire e riescono a farmi perdere il lume della razionalità. Una di queste è permettersi di usare termini inappropriati, minacciosi, per ciò che attiene il mio rapporto con i ragazzi.

Tutti i miei amici del blog e dei social network, conoscono la mia strenua, costante battaglia, in difesa dei bambini.. Di ogni ceto, razza, religione. Senza alcuna distinzione. I bambini sono da difendere … “a prescindere”… Senza “se” e senza “ma”!!

Perchè i bambini sono bambini, e sono il sorriso di Dio al mondo. Perchè ogni volta che guardi un bambino, ci vedi dentro l’infinito, il futuro, la speranza.

A nessuno di noi è concesso di vivere la propria giornata serenamente, finchè sulla faccia della Terra ci sarà un bambino che soffre o che piange! A nessuno!

Per cui occhio… GIU’ LE MANI DAI BAMBINI…ed occhio a sparare cazzate sulla mia persona, che li difende!

Essendo fautrice convinta della non-violenza e della libertà d’espressione di ognuno, ma mal sopportando alcuni “sassolini” che ho da mesi nelle scarpe… ecco dedico a certe persone, che mi hanno offeso ed umiliato ingiustamente, attaccandomi dal lato professionale, senza avere la benchè minima cognizione di ciò che stessero dicendo, la seguente poesia.

E’ il MIO CREDO! E ne sono fiera ed orgogliosa.

E poichè faccio del buonumore un caro compagno di viaggio… mi ripeto che IL MONDO E’ BELLO PERCHE’ VARIO… ALCUNE VOLTE, PURE, AVARIATO!!!

 I bambini imparano ciò che vivono.
Se un bambino vive nella critica impara a condannare.
Se un bambino vive nell’ostilità impara ad aggredire.
Se un bambino vive nell’ironia impara ad essere timido.
Se un bambino vive nella vergogna impara a sentirsi colpevole.
Se un bambino vive nella tolleranza impara ad essere paziente.
Se un bambino vive nell’incoraggiamento impara ad avere fiducia.
Se un bambino vive nella lealtà impara la giustizia.
Se un bambino vive nella disponibilità impara ad avere una fede.
Se un bambino vive nell’approvazione impara ad accettarsi.
Se un bambino vive nell’accettazione e nell’amicizia impara a trovare l’amore nel mondo.

Dorothy Law Nolte

Le difficoltà della vita..a volte sono opportunità!

gennaio 11, 2011 By: mariagrazia Category: poesie

Periodo difficile? Capita..E quando non bastano le parole, quando le categorie lessicali o la dialogicità vengono a mancare..

Ecco, la saggezza indiana, ci richiama all’essenza della Vita.Ed il rumore, il fracasso umano,la superficialità relazionale, altro non diventano che pallido ricordo.

Gli ho chiesto la forza
e Dio mi ha dato difficoltà per rendermi forte.
Gli ho chiesto la saggezza
e Dio mi ha dato problemi da risolvere.
Gli ho chiesto la prosperità
e Dio mi ha dato muscoli e cervello per lavorare.
Gli ho chiesto il coraggio
e Dio mi ha dato pericoli da superare.
Gli ho chiesto l’Amore
e Dio mi ha affidato persone bisognose da aiutare.
Gli ho chiesto favori
e Dio mi ha dato opportunità.
Non ho ricevuto nulla di ciò che volevo
ma tutto quello di cui avevo bisogno.
La mia preghiera è stata ascoltata

tono della voce ed educazione

dicembre 19, 2010 By: mariagrazia Category: analisi socio-psicologica

In questi ultimi tempi , mi è capitato di incontrare, in campo lavorativo, persone che faticano a relazionarsi con l’altro.Persone adulte..Persone con responsabilità educative, in quanto genitori.

Ahimé, adulti che alzano la voce e minacciano,senza un vero motivo fondato.Adulti, incapaci di rapportarsi con l’altro,usando le normali strategie di un rapporto paritario di reciproco ascolto, confronto e rispetto.Chissà, forse, queste povere persone,abituate a vivere in un piccolo mondo,di una manciata di case,si sono convinte che il gridare sia simbolo di autorevolezza..Purtroppo non lo è..E’ solo piccolo, becero tentativo di imporre violentemente la propria autorità..non certo la propria autorevolezza.

A loro dedico questo aneddoto..Perchè per crescere nelle relazioni…non è mai troppo tardi! Anche se si è facoltosi imprenditori..

Perchè due persone quαndo litigαno urlαno?

Un giorno, un pensatore indiano fece la seguente domanda ai suoi discepoli:”Perché le persone gridano quando sono arrabbiate?”"Gridano perché perdono la calma” rispose uno di loro.”Ma perché gridare se la persona sta al suo lato?” disse nuovamente il pensatore.”Bene, gridiamo perché desideriamo che l’ altra persona ci ascolti” replicò un altro discepolo. E il maestro tornò a domandare: “Allora non è possibile parlargli a voce bassa?” Varie altre risposte furono date ma nessuna convinse il pensatore.Allora egli esclamò: “Voi sapete perché si grida contro un’ altra persona quando si è arrabbiati? Il fatto è che quando due persone sono arrabbiate i loro cuori si allontanano molto. Per coprire questa distanza bisogna gridare per potersi ascoltare. Quanto più arrabbiati sono tanto più forte dovranno gridare per sentirsi l’ uno con l’ altro. D’ altra parte, che succede quando due persone sono innamorate? Loro non gridano, parlano soavemente. E perché?Perché i loro cuori sono molto vicini. La distanza tra loro è piccola. A volte sono talmente vicini i loro cuori che neanche parlano, solamente sussurrano. E quando l’ amore è più intenso non è necessario nemmeno sussurrare, basta guardarsi. I loro cuori si intendono. E’ questo che accade quando due persone che si amano si avvicinano.”Infine il pensatore concluse dicendo: “Quando voi discuterete non lasciate che i vostri cuori si allontanino, non dite parole che li possano distanziare di più, perché arriverà un giorno in cui la distanza sarà tanta che non incontreranno mai più la strada per tornare.”     [Il pensatore in questione è il grande Gandhi.]